(Articolo aggiornato al 2007)

Qui vogliamo raccogliere quello che in rete si trova (precisiamo: non c’è farina del nostro sacco, ma un assemblaggio di quello che chiunque di voi può trovare in rete, indicando di volta in volta il relativo link; non vogliamo far nostra la bravura di altri, ma semplicemente fornire una raccolta di punti di vista di bravi fotografi) per rispondere alla domanda: COME UTILIZZA UN PROFESSIONISTA L’ESPOSIMETRO (interno o esterno)? Ed anche alla domanda subito consequenziale: COME SI APPLICA IL SISTEMA ZONALE DI A.ADAMS IN FASE DI ESPOSIZIONE?
Preziosi (s)punti di partenza sono il forum di photo4u (edgar) ed il sito di Michele Vacchiano, nonchè le pagine tecniche di http://www.nadir.it/

Da forum di photo4u (edgar):
Esposimetri ed esposizione
L’esposimetro è un apparato in grado di misurare l’intensità luminosa che rileva tramite un sistema a fotocellula, in genere al silicio. Il silicio è impiegato ormai su tutti gli esposimetri, grazie alla sua capacità di leggere anche la luce lampo (illuminazione per tempi brevisssimi), e a quella di non avere effetto memoria se esposto a luci intensissime (ad esempio la luce diretta del sole).
Un tempo gli esposimetri possedevano cellule al selenio che erano molto meno precise di quelle al silicio e avevano effetto memoria se sottoposte a luci molto intense. Inoltre le celluel al selenio tendono ad esaurirsi col tempo, dopo di che non sono più in grado di fornire letture affidabili.

Gli esposimetri possono essere integrati nella fotocamera, oppure essere apparati indipendenti, separati da essa, e come tali in grado di fornire una maggiore flessibilità generale, ma anche una minore integrazione con i sistemi di esposizione della fotocamera, soprattutto quando questa è dotata di programmi sofisticati per la gestione dell’esposizione stessa. Nei primi decenni del secolo scorso gli esposimetri integrati nella fotocamera erano però di fatto esterni, cioè applicati in genere sopra l’obiettivo, e non erano in grado di leggere la quantità di luce che effettivamente attraversava l’obiettivo stesso. Pertanto si comportavano di fatto come veri e propri esposimetri separati.

Oggi invece praticamente tutte le fotocamere hanno esposimetri integrati che leggono attraverso l’obiettivo (si chiamano quindi esposimetri TTL = Through The Lens), essendo in grado di misurare con precisione la luce entro un campo di misurazione molto preciso, e adattando la lettura alle varie lunghezze focali. Naturalmente gli esposimetri integrati sono in grado di leggere soltanto la luce che viene riflessa dalla scena inquadrata e quindi fanno funzione di esposimetri a luce riflessa.

Gli esposimetri esterni invece sono apparati indipendenti dalla fotocamera e hanno la possibilità di funzionare sia come esposimetri a luce riflessa, che come esposimetri a luce incidente: cioè misurano la luce che va a cadere sella scena stessa. Per fare questo utilizzano una calotta bianca che va a coprire la fotocellula, fungendo da diffusore per la luce.
Alcuni esposimetri esterni, più completi sono in grado di offrire anche la lettura della luce lampo (o luce flash), oltre che di quella continua.

Luce incidente/Luce riflessa/misurazione spot
Vediamo ora come si possono suddividere gli esposimetri, in funzione dell’ampiezza di misurazione che sono in grado di offrire, quando misurano la luce riflessa. (Nel caso della misurazione della luce incidente quello che stiamo per dire NON vale. La misurazione della luce incidente è UNA SOLA sempre per definizione).
Gli esposimetri a luce riflessa o comunque usati per tale funzione, si suddividono in esposimetri a lettura media ed esposimetri a lettura SPOT. Esistono poi casi intermedi che vengono definiti semi-spot.
Vediamo cosa significa. Gli esposimetri a lettura media leggono la luce su una inquadratura molto ampia, in genere corrispondente ad un angolo di 30°, offrendone una lettura media. Ciò significa che, se ci sono aree di estensione molto piccola, ma con luminosità molto diversa da quella media della inquadratura, queste influenzano poco la lettura.

Gli esposimetri SPOT invece sono molto più selettivi e leggono angoli di campo più ristretti: ad esempio il Lunasix F con l’accessorio per lettura SPOT passa da 30° a 15° oppure a 7,5°, leggendo in modo sempre più specifico aree più limitate. Ci sono poi esposimetri ancora più selettivi, come il Minolta Spotmeter o il Gossen Spotmaster, che sono in grado di leggere aree fino ad 1°. Essi hanno addirittura un vero e proprio mirino, per poter puntare con precisione la zona che si vuole leggere.

Quanto detto vale esattamente sia per gli esposimetri integrati nella fotocamera, che per quelli esterni. Nel caso di quelli integrati, se hanno lettura SPOT, in genere questa corrisponde alla zona centrale circolare con stigmometro e corona di microprismi. E’ questa la parte che va puntata sulla zona da misurare selettivamente e che in genere ha un angolo di 3° o 5°.
Sempre nel caso di quelli integrati, ci sono poi versioni che sono dotate di sistemi di rilevamento multizona, corrispondenti a diverse aree del mirino reflex: 3, 5 o anche più. Essi sono integrati poi in modo complesso con il software di gestione dell’esposizione della fotocamera (esposizione “Matrix”), e sono in grado di offrire l’esposizione corretta nella maggior parte delle situazioni di ripresa, in associazione con funzioni di tipo “Program” o settaggi particolari (Ritratto, Paesaggio, Sport).

Tornando a quelli esterni, essi forniscono la lettura attraverso ghiere numerate o attraverso display, mettendoci a disposizione, una volta impostata naturalmente la sensibilità della pellicola che stiamo utilizzando, tutta la serie di Coppie Tempo-Diaframma utilizzabili per quella specifica lettura.

Nel caso di quelli integrati, la lettura può essere fornita nel mirino sia tramite LED (Es.: verde per corretta esposizione, rosso + e rosso – per sovra e sottoesposizione) o tramite indici meccanici che vengono fatti coincidere quando l’esposizione è corretta. Altre fotocamere forniscono la lettura digitale del tempo da impostare, una volta fatta la lettura con un certo diaframma.

Esistono infine esposimetri professionali, in grado di effettuare anche la lettura esposimetrica secondo il sistema zonale.

Grigio medio 18%
Nozione molto importante: gli esposimetri sono tarati in fabbrica per convenzione universale, per dare una lettura basata su una scala di luminanza che è di fatto una scala dei grigi (non tengono conto del colore) e la taratura è fatta sul grigio MEDIO detto anche grigio 18%. Ciò significa che se faccio una lettura SPOT su un’area di luminanza uniforme (non importa se quest’area è bianca, nera o grigia), e applico la lettura esposimetrica, otterrò in stampa quell’area rappresentata come un grigio medio 18% (questa è la ragione per cui se inquadro SOLO la neve, e applico la lettura esposimetrica senza correzioni, essa mi verrà grigia). Questo tipo di taratura è reso necessario dal fatto che l’esposimetro NON ha intelligenza di alcun tipo: è solo un misuratore di intensità luminosa e NON è in grado di effetture alcuna integrazione. Pertanto è necessario sapere a che punto della scala tonale corrisponde la sua lettura. Per convenzione si è deciso di tararlo sul grigio medio (18%) che corrisponde al punto medio della scala tonale (Zona V nel sistema zonale).

Approfondiamo il concetto, dal sito http://www.nadir.it/: Si parla spesso di luce incidente e luce riflessa, ma non sempre è chiaro né cosa siano veramente né perché le due misurazioni talvolta differiscano anche di molto e di conseguenza quando adoperare l’una o l’altra misurazione.
Un raggio di luce “IN ARIA” ha una propria quantità, per esempio 100. Quando questo raggio di luce arriva finalmente a terra e colpisce (quindi illumina) una superficie bianca, il suo valore aumenterà a 150 se non 200, mentre colpendo una superficie nera tenderà a valori bassissimi, diciamo 20.
Un soggetto reale, come potete ben immaginare, ha tutte le caratteristiche di riflettenza ed assorbimento ben mischiate, non per niente gli esposimetri delle reflex facendo una lettura media, riescono a dare valori abbastanza affidabili.

La luce riflessa è quindi quella, come dice la parola, riflessa dai soggetti della foto e risente dei loro colori e caratteristiche fisiche, quindi non è affidabile se il soggetto è monocromatico (un gatto nero su un mucchio di carbone anche in pieno sole darà valori bassissimi, quasi notturni), mentre avrete il problema opposto con un gatto bianco su un mucchio di neve. Nel primo caso l’esposimetro crederà che è notte fonda e vi porterà a sovraesporre (il gatto nero ed il carbone verranno grigi), nel secondo avrete una sottoesposizione (gatto grigio su neve grigia). Basta tenere presenti (e compensare) i due casi estremi che ho descritto e ve la caverete sempre. Interessante osservare come in entrambi i casi i gatti diventeranno grigi visto che gli esposimetri hanno, come campione di riferimento, proprio il grigio.

La luce incidente è quella arriva sul soggetto, quindi non risente della sua riflettenza. È una misura sempre valida ed affidabile e va di solito misurata con un esposimetro esterno puntando dal soggetto verso l’obiettivo (regola del tutto approssimativa e non sempre valida, ma è inutile – per ora – confondere le idee). Si misura così quanta luce arriva sul soggetto, cioè la sua vera illuminazione, e non quanta ne riflette. Sia bene inteso: questa è la “Regola Generale”. Il consiglio di puntare l’esposimetro verso la fotocamera parte dal presupposto che ci interessi l’esposizione di ciò che si vede attraverso il mirino della reflex. Come tutte le “Regole Generali” va interpretata con intelligenza, quindi misurando la luce anche in altre direzioni e scegliendo i valori che si ritengono più opportuni per per ottenere l’effetto voluto. Evitate le medie matematiche ed usate il vostro cervello per immaginare l’effetto finale sulla fotografia.

Per evitare l’acquisto di un esposimetro a luce incidente, si può misurare la luce riflessa da un cartocino grigio Kodak (un bel grigio “topo” che equivale ad una situazione davvero media; gli esposimetri delle reflex sono tarati per questo grigio) da anteporre momentaneamente davanti al soggetto e bloccare il valore ottenuto in manuale.
Rino Giardiello © 1998

 Misurazione della luce riflessa:
Si punta l’ esposimetro dalla fotocamera verso il soggetto.
Questo tipo di misurazione non considera le caratteristiche di riflettenza del soggetto.

 Misurazione della luce incidente:
Si punta l’esposimetro dal soggetto verso la fotocamera.
Questo tipo di misurazione elimina qualsiasi problema dovuto alla riflettenza del soggetto.
disegni di Rino Giardiello © 92

L’esposimetro incorporato nella reflex è tarato per darti il grigio medio al 18 per cento, che è il livello di riflettenza medio della superficie terrestre. Un paesaggio con un contrasto normale e con una gamma equilibrata di toni (dal nero al bianco attraverso tutti i toni del grigio) riflette il grigio medio, perciò l’esposimetro ti darà valori corretti. ma se la scena è più scura o più chiara del grigio medio, l’esposimetro fornirà dati inattendibili. Facciamo un esempio: se io punto l’esposimetro contro una lavagna nera, senza alcun elemento di sfondo, l’apparecchio (che è tarato per dare un grigio medio) “vede” tutto quel nero e lo compensa: “Troppo buio” pensa l’esposimetro, “tiriamo un pò su tutto quanto”, e il tuo bel nero diventa grigio sulla stampa finale.
Per contro, quando fotografi una pagina di giornale, l’esposimetro viene ingannato dal bianco della carta e se gli dai retta otterrai una foto un po’ troppo scura, in cui il bianco è diventato grigio (lo stesso accade sulla neve). Perciò non devi fidarti delle indicazioni esposimetriche. Se la scena è scura tu devi SOTTOESPORRE rispetto alle indicazioni che lui ti dà, mentre sulla neve devi SOVRAESPORRE rispetto alle indicazioni esposimetriche.
Se non sei sicuro del risultato sulla stampa finale, effettua una misurazione in luce incidente, oppure una misurazione in luce riflessa sul cartoncino grigio neutro.
Michele Vacchiano © 1998

Un esempio pratico di come misurare con l’esposimetro il grigio medio e sovraesporlo di 2 stop per renderlo bianco, lavorando on l’esposimetro interno ad una moderna reflex digitale (risposta di palmerino su forum di photo4u):
Ho misurato con la misurazione spot la parte più chiara che io volevo con dettagli e la ho sovraesposta di 2 stop (ovvero alla misurazione del calendario “bianco” ho esposto per avere + 2 stop dalla misura che la mia fidata Olympus E-1 mi dava).
Effettivamente l’ immagine è luminosa, ma non sovraesposta (istogramma non è fuori scala).
Eccola:

Adesso “complico” le cose: accendo il mio portatile Mac e la situazione ovviamente è cambiata: nonostante la luce che illumina l’ ambiente resti invariata (luce neon, nonostante tutto la mia fotocamera ha effettuato un ottimo bilanciamento del bianco automatico), la luminosità del monitor è molto, troppo alta.
Se scattassi con lo stesso tempo di scatto, avrei sicuramente un monitor pressochè bianco.
Quindi, poichè la “Zona” più luminosa è cambiata, misuro la parte più chiara del monitor (anche qui la zona bianca, ma è solo una coincidenza) e, tanto per cambiare, la sovraespongo di 2 stop. Il risultato:

nota come il resto della foto è sottoesposta, ma il monitor ha la luce ottimale: luminosa, ma non sovraesposta.

Ora la terza foto: visto che posso variare la luminosità del monitor del portatile diminuisco la sua luminosità per avere una simile “densità” a quella del calendario (ricordi, la prima foto?).
Mettendolo quasi al minimo, infatti, trovo la sovraesposizione di 2 stop ottimale per non sovraesporlo “troppo” (oltre perderei dettagli), ma con lo stesso tempo di scatto della prima foto.

Nota che ho una luminosità ottimale del monitor (niente sovraesposizione, grazie alla misurazione spot stretta, davvero comoda) ed il resto della foto ha una buona esposizione: ovviamente il bilanciamento del bianco è diverso….in questo caso, la E-1 automaticamente ha privilegiato la luce del monitor e tutto sommato mi sta anche bene.
Il fotografo “esperto” avrebbe anche potuto attuare una diversa soluzione: con un flash sulla slitta a contatto caldo, orientandolo sul soffitto bianco, avrebbe potuto scattare con un tempo di scatto veloce (per eliminare la luce neon) e trovare la giusta potenza tra la luce del monitor e quella del flash (simile bilanciamento del bianco).
Che significa ciò?
Che è il fotografo l’ artefice della fotografia: ben vengano gli esposimetri intelligenti (Matrix, Esp…), ma se si avesse una buona base tecnica, spesso sarà proprio l’ esperienza la soluzione migliore che nessuna fotocamera “intelligente” potrà mai dare.
Ovvio, io non sono contro gli automatismi, ma se ho tempo, faccio prima a ragionare con la mia testolina e sfruttare quanto di meglio la mia esperienza suggerisce.

Il trucco è: comprendere “quanto” e “dove” sovraesporre!
…..con il digitale, come con la diapositiva, si misurano le zone più luminose, quelle che non dovremmo mai sovraesporre oltre un certo limite (se volessimo i dettagli in stampa o nel video).
Per questo ho privilegiato un sistema fotografico che mi dava una fotocamera professionale con la misurazione spot stretta….solo così io effettuo le misurazioni: “zonalmente”, nè più, nè meno come faceva il buon A. Adams….padre del Sistema Zonale.
L’ ho solo “adattato” alla nuova tecnologia digitale (come avrebbe fatto lui).

Ma ritorniamo alla discussione di edgar su forum di photo4u:
Uso dell’esposimetro.
Naturalmente ci riferiamo in particolare all’uso dell’esposimetro nella fotografia creativa, con fotocamere manuali o che hanno la possibilità di essere utilizzate come manuali. Questa è infatti la situazione in cui è più importante sapere gestire bene la lettura esposimetrica, per applicare correttamente la lettura stessa ai parametri di ripresa. Nel caso dell’uso di fotocamere con funzioni moderne di tipo “Program”, queste nozioni ci serviranno comunque per un uso consapevole della fotocamera, ma ovviamente gli automatismi faranno in pratica quasi tutto (e normalmente in modo esatto).

Per iniziare bene e non confonderci le idee è fondamentale distinguere BENE 2 concetti che di solito vengono trattati in modo congiunto e spesso confuso: i due concetti distinti sono:
1) La lettura esposimetrica
2) L’applicazione della lettura sulla fotocamera (o sistema esposimetrico)

Possono sembrare la stessa cosa, ma attenzione! Perchè NON lo sono!!

La lettura esposimetrica è un DATO OGETTIVO DI INTENSITA’ LUMINOSA, rilevato dall’esposimetro per quella determinata area su cui l’abbiamo puntato. Punto e basta. NON ci sono logiche dietro a questo. E’ una rilevazione pura, un DATO.

Il sistema esposimetrico è invece LA LOGICA CHE INTERPRETA IL DATO DI ESPOSIZIONE E LO APPLICA A QUELLA SPECIFICA INQUADRATURA, TENENDO CONTO DI TUTTA UNA SERIE DI CONSIDERAZIONI SULLA INQUADRATURA STESSA (tipo di lettura effettuata, presenza o meno di zone a fortissima luminanza, prevalenza di basse luci o alte luci, ecc).

Nella pratica quotidiana questi due concetti vengono spesso confusi tra loro, perchè l’uso di fotocamere dotate di funzioni esposimetriche fortemente complesse, tende a farci percepire l’esposizione COME UNA SOLA FUNZIONE. Mentre invece sappiamo che è composta di 2 fasi: la lettura della luminosità e la sua successiva integrazione con altri dati, per effettuare infine la scelta della giusta Coppia Tempo-Diaframma.
Ma non dimentichiamoci che la logica con cui i sistemi di esposizione computerizzati integrano la lettura della luminanza, è la logica che noi tutti possiamo applicare manualmente se conosciamo bene la teoria. Ovvio che ci vorrà più tempo, ma potremo avere un incredibile controllo del risultato.

Detto questo vediamo come agire.
Esposizione con lettura della luce riflessa. E’ il metodo base. Leggiamo la luce riflessa dalla scena inquadrata con un esposimetro a lettura media e applichiamo una delle Coppie Tempo-Diaframma indicate dall’esposimetro stesso e che sia congeniale alla situazione di ripresa. I risultati che si ottengono con questa lettura sono di media qualità e percentualmente otterremo un buon numero di esposizioni non eccellenti. Questo perchè l’esposimetro, non essendo in grado di interpretare la scena, NON è in grado di valutare il bilanciamento tonale della scena stessa. Pertanto, tutte le volte che riprenderemo scene a basso contrasto o comunque dove le luminanze trovano nel grigio medio il loro punto di equlibrio, facilmente il risultato sarà buono. Dove invece ci sono prevalenza di luminanze di un certo tipo, sbilanciate rispetto al grigio medio, ecco che molto probabilmente lo scatto non avrà una esposizione perfetta.

Ci si potrebbe domandare perchè la lettura media della luce riflessa a volte va così in crisi.
Per rispondere, bisogna introdurre un ulteriore concetto rispetto a quello di luminanza (che è la luce che viene emessa dalla scena inquadrata) e cioè quello di riflettanza. Essa è la percentuale di luce che viene riflessa dalla scena, rispetto a quella che la illumina. Il fenomeno è legato al fatto, noto a tutti, che ogni sostanza ha un suo tipico grado di assorbimento della luce, una parte della quale viene appunto assorbita, mentre la rimanente viene riflessa. Gli oggetti che riflettono tutta la luce che ricevono ci appaiono bianchi, mentre quelli che l’assorbono completamente ci appariranno neri.
Tutti gli altri ci appariranno grigi in grado maggiore o minore (per semplificare la teoria ci riferiamo alla scala dei grigi). Il grigio esattamente a metà strada tra il bianco e il nero si chiama grigio medio e corrisponde al grigio 18%.

Detto questo vediamo perchè l’esposimetro a lettura media va in crisi. Il motivo è semplice: l’esposimetro legge una determinata intensità luminosa (è l’unica cosa che sa fare) e NON può conoscere il grado di riflettanza della scena inquadrata. Perciò NON può sapere se quella intensità 100 proviene da un oggetto illuminato da intensità 100 e completamente riflettente (cioè bianco), piuttosto che (quasi) completamente assorbente (cioè nero) o piuttosto da una riflessione parziale (che dà una certa tonalità di grigio). Non lo può sapere, ma in fabbrica qualcuno lo ha tarato appositamente sul grigio medio 18%, e quindi lui, da bravo ci dà un risultato che DA PER ASSODATO che la luminosità che sta leggendo proviene da una scena di riflettanza media, cioè grigia 18%.
Il problema è che noi non siamo in grado di stabilire ad occhio come sia il bilanciamento dei grigi (cioè delle riflettanze) di quella determinata scena, e quindi non possiamo prevedere con precisione attendibile se la lettura media fatta dall’esposimetro corrisponde davvero alla media dei grigi della scena stessa.
E’ ovvio quindi che applicando esattamente tale lettura, essa darà un risultato soddisfacente se effettivamente il bilanciamento globale delle riflettanze della scena è vicina al grigio medio, mentre darà foto squilibrate in un senso o nell’altro tutte le volte che tale bilanciamento sia lontano dal grigio medio.
Questo lo sperimentiamo ad esempio riprendendo ampi spazi innevati, dove la neve tende a risultare grigia invece che bianca, oppure riprendendo ampie porzioni scure, che vengono riprodotte molto più illuminate di quanto non appaiano nella realtà.

Esposizione con lettura delle luce riflessa su cartoncino grigio.
E’ un perfezionamento notevole della lettura precedente. Se avremo l’accortezza di portare sempre con noi un cartoncino grigio 18% (lo ha in catalogo la Kodak), potremo leggere con il nostro esposimetro soltanto la luce che viene riflessa dal cartoncino stesso. In questo caso è meglio usare un esposimetro spot, per evitare che la luce che proviene da altre parti possa influenzare la lettura.
Per inciso, il cartoncino grigio 18% serve anche per effettuare la taratura manuale e precisa del bianco nelle fotocamere digitali che hanno questa funzione.
La misurazione su cartoncino grigio ci dà la certezza che la lettura proviene effettivamente dalla lettura di un grigio medio e quindi se applicata ci darà risultati percentualmente molto più corretti della precedente tecnica. E’ come se noi effettuassimo una taratura specifica dell’esposimetro per quella inquadratura.

Lettura della luce incidente.
Si effettua con normale esposimetro a lettura media, coprendo la fotocellula con l’apposita cupoletta bianca con funzione di diffusore, e puntando l’esposimetro verso la luce che investe frontalmente la scena.
Questa lettura è anch’essa più precisa della misurazione della luce riflessa standard e corrisponde esattamente alla lettura su cartoncino grigio. Provare per credere.
L’accuratezza di questa lettura è quindi identica a quella del metodo precedente.

Lettura della luce riflessa con esposimetro spot.
SE saputa utilizzare correttamente, è la lettura che permette i risultati migliori, in particolare quando si riprendono scene ad alto contrasto, o quando si vogliono effettuare esposizioni particolari, per cogliere determinati obiettivi epressivi.
Con l’utilizzo del’esposimetro SPOT il fotografo è in grado di effettuare davvero misurazioni estremamente precise, che daranno luogo a esposizioni perfette. E soprattutto in grado di valorizzare in modo PERFETTAMENTE PREVEDIBILE la parte di scala dei grigi che ci interessa mettere in evidenza sulla stampa finale.
Per capire come utilizzare al meglio l’esposimetro SPOT, è necessario accennare sinteticamente alla teoria base dell’esposizione zonale (inventata e perfezionata da Ansel Adams).

LE DIECI ZONE DEL SISTEMA ZONALE
Zona 0
Nero pieno nella stampa; base della pellicola più il velo

Zona I
Nero non strutturato: soglia di esposizione del negativo

Zona II
Nero strutturato

Zona III
Tessuto nero in cui siano visibili le pieghe

Zona IV
Ombre nei paesaggi illuminati dal sole e nei ritratti; fogliame scuro

Zona V
Grigio medio: cartoncino grigio neutro al 18%

Zona VI
Toni della pelle bianca media; ombre sulla neve illuminata dal sole

Zona VII
Pelle chiarissima; neve in luce radente

Zona VIII
Toni chiari ancora differenziati

Zona IX
Bianco non strutturato. Sulla stampa può apparire indistinguibile dalla zona X

Zona X
Bianco assoluto: base della carta fotografica

L’esposizione zonale divide l’intervallo tra il bianco assoluto e il nero assoluto in 11 zone (numerate in numeri romani) che vanno da zero (Zona 0) a 10 (Zona X). Ogni intervallo di una zona corrisponde all’intervallo di 1 diaframma e corrisponde a un livello di grigio. Si parte dallla zona 0 che corrisponde al nero assoluto, si sale di 1 zona (= 1 diaframma) alla volta (= un grigio più chiaro per ogni zona superiore), si passa a metà scala dalla zona V (l’ormai famoso grigio medio 18%) e si arriva alla Zona X che corrisponde al bianco assoluto.

Va tenuto presente che in Zona 0 NON ci sono dettagli visibili, ce ne sono pochissimi in Zona I, mentre quelli veri sono davvero evidenti a partire dalla Zona II. Salendo si va sempre più verso le alte luci, dove si vede chiaramente dettaglio fino alla zona VIII. La Zona IX presenta ancora qualche leggera trama, mentre la Zona X è bianco assoluto. In pratica quindi, per evidenziare dettagli descrittivi, su una buona pellicola negativa possiamo aspettarci di registrare 7 zone realmente utili (dalla II alla VIII), più 2 zone con una trama visibile nel nero o nel bianco (rispettivamente Zona I e Zona IX), più naturalmente il nero assoluto e il bianco assoluto (Zone 0 e X), che però NON contengono alcuna informazione, essendo ASSOLUTAMENTE UNIFORMI.
Le 7 Zone utili sono incentrate intorno alla Zona V, che sta esattamente a metà; le tre Zone sotto la V sono zone di basse luci (II, III e IV) e le tre sopra la V sono le zone di alte luci (VI, VII e VIII).
Quindi tra il grigio medio e la zona di più basse luci che rivela ancora dettagli sulla pellicola ci sono solo 3 diaframmi e lo stesso vale per la zona di alte luci.
Di questo dovremo tenere conto quando faremo la nostra misurazione SPOT.

Andando nel pratico, e aiutandoci le prime volte con una scala dei grigi (da comprare insieme al famoso cartoncino grigio), dovremo, quando visualizziamo una inquadratura, identificare la parte che corrisponde al grigio medio, ed effettuare una prima lettura SPOT su quella Zona (ovviamente sarà Zona V) e prendere nota della lettura. A questo punto effettueremo altre 2 letture: una della zona di più basse luci e una lettura della zona di più alte luci. Confronteremo queste 2 ulteriori letture con quella di Zona V e potremo così mettere in evidenza la distanza in zone (quindi in diaframmi o f stop che dir si voglia) tra il grigio medio e rispettivamente la zona più scura e la zona più chiara dell’inquadratura. Questa distanza ci farà capire se l’intervallo totale di luminanza di una determinata inquadratura è compatibile con la nostra pellicola (che appunto al massimo “tiene” bene 7 zone come latitudine massima) oppure, come spessissimo capiterà, l’intervallo di luminanza sarà ben oltre la latitudine di posa della pellicola stessa.

In tali casi dovremo, come già abbiamo detto, decidere per prima cosa se nella nostra inquadratura i dettagli più significativi e irrinunciabili sono nelle alte o nelle basse luci.
Fatto questo, dobbiamo quantificare la distanza in zone (e quindi in diaframmi o meglio sarebbe dire f stop) tra la lettura della Zona V e quella della zona di alte o basse luci che ci interessa riprodurre con i suoi dettagli e, se questa distanza eccede 3 diaframmi, apportare le opportune correzioni.

Facciamo un esempio pratico.
Immaginamo di avere inquadrato una scena nella quale, dal punto di vista espressivo, sentiamo necessario valorizzare le zone di basse luci. Immaginiamo che la misurazione SPOT di una zona di grigio medio (se non siamo sicurissimi che sia davvero un grigio medio, possiamo le prime volte verificare, aiutandoci col mitico cartoncino 18%), ci dia come lettura 1/500 – f11. Immaginiamo poi che la lettura SPOT sulla zona di basse luci che vogliamo rappresentare con tutti i suoi dettagli ci dia come lettura 1/500 – f2. Ciò significa 5 stop di distanza, cioè vuole dire che avremmo la nostra preziosa zona di basse luci significative in Zona 0 = NERO FONDO SENZA ALCUN DETTAGLIO. Sappiamo INFATTI che al massimo abbiamo 3 zone realmente utili, cioè fno a Zona II. Quindi dobbiamo “spostare” la scala dei grigi “in alto”, cioè verso le alte luci, di 2 stop (= 2 Zone).
Per fare questo, invece di scattare con la coppia Tempo-Diaframma rilevata in Zona V (1/500 – f11), scatteremo usando 1/500 – f5.6. In questo modo Zona V verrà riprodotta in Zona VII e la Zona di basse luci significative, originariamente in Zona 0 verrà riprodotta in Zona II, concedendoci la riproduzione dei propri preziosi dettagli.

La stessa cosa a rovescio vale se decidiamo che la zona significativa è nelle alte luci.
Immaginiamo che la misurazione SPOT di Zona V ci dia 1/250 – f8 e che quella della zona di alte luci che ci interessa ci dia lettura 1/2000 – f16. Ciò significa 5 stop o Zone di distanza, il che equivale a ritrovarci con la zona di alte luci in Zona X. Sapendo che per riprodurre i dettagli nelle zone di alte luci dobbiamo porle in Zona VIII, dovremo scattare la foto, invece che con la lettura di Zona V, con 2 stop in meno (es.: 1/250 – f16). In questo modo la Zona V originaria andrà a cadere in Zona III e la Zona X in Xona VIII, dove vedremo i dettagli che ci interessano.

Descritta in questo modo, la procedura sembra intricata e difficile da gestire, ma dopo un po’ di abitudine, risulta di applicazione semplice, e ci permette di PREVEDERE ESATTAMENTE IL RISULTATO CHE OTTERREMO.
Non faremo dunque più letture medie, approssimative, aspettando con ansia di vedere se il risultato è quello atteso, ma potremo programmare “scientificamente” l’aspetto che avranno le nostre immagini.
Inoltre potremo anche stravolgere le zone per puri fini espressivi.
Faccio un esempio. Immaginiamo che l’intervallo di luminanza della nostra scena (una situazione a basso contrasto) stia all’interno di V zone. In tal caso naturalmente non abbiamo alcun problema, poichè tale intervallo sta addirittura “comodo” all’interno della latitudine di posa della pellicola (7 Zone). Però potremmo decidere ugualmente di spostare la scala dei grigi in alto o in basso di 1 o più zone, PER FINALITA’ ESPRESSIVE. Cosa che non potremmo mai fare con precisione, se non usassimo la tecnica zonale. Essa in sintesi ci permette di valutare con facilità e precisione le luminanze importanti nella scena che inquadriamo e di decidere quali e dove mandarle a cadere sulla nostra pellicola.

Considerazioni conclusive
La prima riguarda il colore. Tutto quello che ho detto sui metodi di esposizione li ho riferiti alla scala dei grigi. Necessariamente, poichè la scala delle luminanze è una scala monocromatica, ma questo non rappresenta un problema, poichè tutto quanto detto vale esattamente anche per inquadrature a colori. L’unica difficoltà supplementare sarà quella di identificare la Zona V, in scene intensamente colorate, poichè dovremo immaginare come un certo colore, ad esempio un certo rosso scuro, sarebbe riprodotto in scala di grigio. All’inizio non è facile, ma ricordiamoci sempre che possiamo controllare con il famoso cartoncino grigio 18%.

La seconda osservazione riguarda invece la domanda che certamente quasi tutti voi vi porrete dopo aver letto il mio delirante documento: come è possibile che, se l’esposizione precisa e “programmata” richiede lettura SPOT a 1° di più Zone e una serie di complessi ragionamenti, allora spesso si dica che si può tranquillamente fotografare ADDIRITTURA SENZA ESPOSIMETRO?
In effetti ricorderete certamente che in altri thread sono state pubblicate tabelle che permettono di orientarsi in una esposizione “a stima”, senza usare l’esposimetro, ma memorizzando i valori di esposizione delle situazioni più frequenti (pieno sole, nuvoloso, ombra profonda, ecc.).
Allora, dove sta la verità? Serve davvero la teoria Zonale e servono davvero gli esposimetri di precisione o no?
Come spesso capita, la risposta NON è univoca, ma è in funzione del genere di fotografia che pratichiamo.
Per semplificare, se pratichiamo reportage e dobbiamo cogliere l’attimo, una esposizione “a stima” potrà essere adeguata, poichè in questo genere il risultato espressivo NON è legato a una ripoduzione maniacalmente perfetta delle varie luminanze. Basterà un resa ragionevolmente equilibrata.
Se pratichiamo fotografia “posata” in studio, oppure panorami, oppure fotografia “fine art” alla Ansel Adams, allora certamente la prfezione dell’esposizione sarà indispensabile e la tecnica zonale sarà davvero il toccasana.

 

 

 

Siccome senza esempi pratici la teoria rischia di diventare tante parole difficili in aria, facciamo cadere queste parole vedendo qualche caso pratico, per precisare ulteriormente due importanti concetti: l’uso dell’esposimetro connesso alla latitudine di posa e, ancora una volta, cosa significa ‘esporre per le ombre e sviluppare per le luci’.
Cercando degli esempi in rete abbiamo trovato a questo LINK dal sito www.fotoavventure.it un interessante articolo pdf del fotografo Luca Chistè, da cui abbiamo estratto questi casi pratici:

Richiamiamo anzitutto la scala degli esiti attesi del sistema zonale:

Se abbiamo ad esempio letto con l’esposimetro spot, per la zona V, la coppia tempo/diaframma 1/30s; f8 allora la distribuzione delle coppie tempo/diaframma sarà:

E se, dopo aver individuato l’esposizione per la Zona V dovessimo verificare che la gamma di luminanze cade al di fuori delle Zone Limite?…..
Le cose, in questo caso, si complicano un po’…
Facciamo un esempio molto, molto pratico.
Supponiamo di avere una scena con una ampia gamma di luminanze. Un paesaggio di montagna con una casa bianca, dotata di un interessante e “vissuto” muro ben illuminato dal
sole…
Poniamo anche che sulla casa sia presenta una porta, in legno, dotata di una bella e ricca “texture” (con questo termine si intende il dettaglio superficiale della materia, le rugosità di
una superficie, di una roccia, le striature su una duna di sabbia, ecc..).
Puntiamo l’esposimetro sulla porta e osserviamo, dalla lettura che esso ci restituisce, una coppia pari a: 1/30; f/8.
Con questa coppia, puntiamo ora l’esposimetro sul muro, ricco anch’esso di dettagli (e di luce…) ed operiamo una seconda lettura. Supponiamo che esso ci restituisca il valore: 1/30
(una delle due variabili va tenuta ovviamente ferma); f/32. Contando i diaframmi possiamo osservare che fra f/8 e f/32 vi sono ben quattro f-stop di differenza, il che vuol dire che il muro
cadrebbe in Zona IX e cioè una Zona in cui le alti luci risulterebbero prive di dettaglio perché troppo sovraesposte.
Ci troviamo di fronte, quindi, ad una situazione di luce piuttosto contrastata.
Lo schema qui riproposto chiarisce bene la situazione:

Fotografando in tale condizione e per quanto descritto circa i valori tonali della scala ZS, il muro sarebbe quindi privo di dettaglio. Cioè a dire che per avere i dettagli del muro dovrei esporre per la coppia tempo/diaframmi della Zona IX. Così facendo avrei salvi i dettagli delle alti luci, ma, probabilmente, perderei quelli ancor più importanti del portone che, con questa coppia, perderebbe ben quattro f-stop di luce, cadendo in Zona I (priva di dettagli).
Come risolvere questo problema e cercare di “ampliare” maggiormente la scala tonale del negativo salvaguardando sia il portone, sia il muro??…
Per rispondere a questo interrogativo Ansel Adams e la teoria del Sistema Zonale introducono il concetto di sviluppo differenziato, utilizzando per tale approccio il suffisso N+ o N- in funzione delle modifiche introdotte.
Per comprendere come le modifiche ai bagni di sviluppo possano influenzare l’ampiezza della gamma tonale occorre ricordare che la loro azione si esplica maggiormente nelle zone più colpite dalla luce che, è bene ricordarlo, sul negativo sono quelle più scure (o, più correttamente, quelle più dense). Esponendo quindi con la coppia prevista per la porta (1/30; f/8) e sapendo che il valore a cui vorrei portare le luminanze delle alti luci del muro è pari a:
Zona desiderata – Zona di caduta (del soggetto), ottengo:
ZONA [VII] – ZONA [IX] = -2 Zone = -2 f-stop

Bene, il valore “-2 f-stop” è il valore N-2 (7-9=-2) con cui devo modificare il tempo di sviluppo, ossia sviluppare il negativo per due unità di tempo in meno rispetto al tempo previsto per uno sviluppo “N=±0” di tipo normale. Questa operazione è possibile proprio per le peculiari caratteristiche del bianco/nero e per quelle, ancor più peculiari, dei diversi bagni di sviluppo.
La situazione, con queste condizioni di sviluppo, diviene quindi quella rappresentata nella seguente figura:

Come si evidenzia, ad essere riposizionate, grazie ad uno sviluppo N-2 sono le alte luci che, dalla Zona IX passano ora alla Zona VII, mentre, il valore della porta, previsto in Zona V, rimane ancora nella medesima Zona.
Questa operazione, ha come effetto una contrazione del contrasto e ciò, ripetiamo, ha luogo perché non tutte le Zone del negativo vengono influenzate nello stesso modo da una variazione
del tempo di sviluppo: le aree sul negativo a più elevata densità, quelle più scure (colpite in ripresa da una maggior quantità di luce) vengono interessate maggiormente delle Zona a bassa densità, quelle più chiare (colpite in ripresa da una minore quantità di luce). In base a questo principio, la differenza di densità (il contrasto) tra le Zone basse e quelle alte può essere aumentata o ridotta modificando lo sviluppo.
Per operare in accordo a questa ipotesi, ad essere modificato, è esattamente il tempo di sviluppo. In caso di valori N-1 o N-2, una riduzione del tempo di sviluppo determina una “contrazione” della scala tonale, ossia una riduzione del contrasto.
Il discorso, simmetrico e speculare, può essere fatto anche per le situazioni (opposte, appunto) in cui si abbia un basso contrasto in ripresa e si voglia aumentare la gamma tonale dei negativi. Questa ipotesi, cioè, si verifica quando le luci e le ombre sono abbastanza a “ridosso” della Zona V.
In questo caso, è possibile “estendere” la scala tonale del negativo, operando uno sviluppo N+1 o N+2 che determina, come conseguenza, un incremento del contrasto.
Questa ipotesi teorica, ovviamente, come osserva lo stesso Adams, dipende moltissimo sia dalla pellicola, sia dal bagno di sviluppo per essa utilizzato.

Attenzione però a quanto lo stesso Adams osserva per la ‘contrazione’ e per la ‘estensione’ della scala tonale:
Circa la contrazione, Adams, osserva che: “… Se noi riduciamo il tempo di sviluppo per meglio controllare un soggetto che si estende su una scala molta lunga, potremo trovare che l’immagine manca di vitalità al di sotto della Valore V. La riduzione dello sviluppo determina una compressione del contrasto locale all’interno di questi valori, che può portare a risultati scialbi e privi di vita. Questo effetto limita, di solito, i casi nei quali la contrazione [dello sviluppo] può essere applicata. In genere, N-1 è accettabile…”
Circa l’estensione, invece, precisa: “… uno sviluppo prolungato tende ad aumentare la grana del negativo, e questo spesso non è accettabile. Lo sviluppo N+1 è praticabile con la maggior parte delle pellicole e l’N+2 con alcune (il formato del negativo e l’entità dell’ingrandimento programmato sono in questo caso fattori importanti).
(Ansel Adams, “Il Negativo”, Ed. Zanichelli, 1987, pag. 81)

Per concludere, un’immagine in cui potete provare anche voi a ‘previsualizzare’ le zone del SZ:

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